Giulia Siviero
Il 17 maggio del 1981, in occasione del referendum abrogativo sulla legge 194, vinse il no. Dal 1982 al 2009 le interruzioni di gravidanza sono calate del 50 per cento. A crescere in modo esponenziale, invece, sono gli obiettori di coscienza che in alcune regioni sfiorano il 90 per cento.
19 maggio 2011 - 13:19
Vinsero i no. Sono passati trent’ anni da quel 17 maggio 1981, e l’aborto è un diritto. Se fino al 1978 (anno di approvazione della 194, salvata nel maggio 1981 dal referendum) era la legislazione italiana a punire con l’arresto le donne che abortivano, sono oggi le lunghe braccia di una legge (che funziona) a metterne in pericolo l'effettiva attuazione.
È uno dei tanti paradossi che segnano l’anomalia italiana. Quella di un paese che, fatta una legge, dimentica le politiche efficaci per praticarla. I dati raccontano una storia piuttosto leggibile: diminuiscono gli aborti e aumentano gli obiettori, aumentano gli obiettori e diminuiscono i consultori.
È uno dei tanti paradossi che segnano l’anomalia italiana. Quella di un paese che, fatta una legge, dimentica le politiche efficaci per praticarla. I dati raccontano una storia piuttosto leggibile: diminuiscono gli aborti e aumentano gli obiettori, aumentano gli obiettori e diminuiscono i consultori.
Secondo la relazione sulle interruzioni volontarie di gravidanza del Ministero della salute (riferite all'anno 2008 con proiezioni sul 2009) l'Italia presenta un tasso di abortività fra i più bassi d'occidente. Dal picco del 1982, anno in cui si è registrato il maggior numero di interruzioni volontarie, i casi sono progressivamente calati, arrivando al -50,2% del 2009 (con un decremento rispetto al 2008 del 3,6%).
Paradossalmente, crescono gli operatori che dicono no. Dal 2005 al 2008 gli anestesisti sono passati dal 45,7% al 52,6% e il personale non medico dal 38,6% al 43,3%. Ma il dato più significativo riguarda i ginecologi obiettori che dal 58,7% salgono al 71,5% raggiungendo percentuali altissime in molte regioni: Lazio (85,6%), Basilicata (85,2%), Campania (83,9%), Molise (82,8%), Sicilia (81,7%) e Veneto (80,8%). Questo significa che sette ginecologi su dieci, negli ospedali italiani, non praticano l'aborto. E significa che nella trama di una legge che stabilisce sì un diritto, ma condizionato, gli obiettori paralizzano, secondo coscienza, la libera coscienza delle donne che la stessa legge istituisce.
Vi è un ulteriore passaggio. I dati sulle obiezioni risuonano, con inverse proporzioni, nella mappa italiana dei consultori pubblici. Solo otto regioni rispettano il parametro previsto dalla legge 34/1996 (1 consultorio ogni 20 mila abitanti). Molise, Friuli Venezia Giulia e Lombardia si fermano alla percentuale dello 0,4. E la direzione ostinata, è contraria all'adeguamento: pochi stanziamenti e leggi regionali a favore di una privatizzazione. In Lazio, ad esempio, la proposta è stata avanzata da Olimpia Tarzia (Lista Polverini) che oltre ad essere prima firmataria è anche Vice presidente nazionale della Confederazione Italiana Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana e tra i fondatori del Movimento per la Vita.
Cecilia Taranto e Massimo Cozza, segretari nazionali Funzione pubblica Cgil, lanciano l’allarme: “Queste percentuali ostacolano le tutele e i diritti riconosciuti alle donne dalla legge 194”. Ma perché l’obiezione si dichiara solo dopo l’assunzione? E in che modo l’organo di gestione di un ospedale, se obiettore, influisce sulla praticabilità della legge lasciando spazio alla possibilità di un’obiezione di coscienza strutturale? Pressioni religiose a parte, spiega Cecilia Taranto, “si costruisce una condizione nella quale il medico viene indotto a dire no. Se la struttura si modella sulla maggioranza degli obiettori, i medici che non lo sono vivono una sorta di condanna: o è loro preclusa la possibilità di lavorare a tutto campo o si penalizza la loro carriera. Fino ad ora non è stato possibile pretendere la scelta preventiva della non obiezione (come si è tentato di fare in Puglia), ma il rispetto della legge richiede che le organizzazioni ospedaliere si adeguino”. E, nella maggior parte dei casi, lo fanno ricorrendo a liberi professionisti esterni, con spese superiori e tempi eccessivi.
La richiesta è semplice: rispettare la legge e aprire un tavolo di confronto nazionale: “Creare” interviene Massimo Cozza “tutte le condizioni perché i non obiettori possano esercitare compiutamente e senza venire penalizzati il loro lavoro. Utilizzare la mobilità, prevista dalla 194, per garantire il servizio negli ospedali e nei consultori e compensare le carenze di medici e infermieri non obiettori. Introdurre la preferenza per la non obiezione tra i requisiti di chi deve essere assunto o trasferito in strutture con oltre il 50% di obiettori. E a loro affidare la responsabilità dei presidi medesimi. Cos’altro deve fare il servizio pubblico se non garantire il diritto alla salute e l’applicazione della legge?”.
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