La repressione
«Il domani, 6 agosto, - scrive il radice - fu per pubblico bando ordinato il disarmo. La venuta dei soldati sbigottì i più sediziosi; i quali, sbolliti i fumi del vino e del furore, e raffreddati gli animi, pensando al proprio pericolo e vedendo già davanti la pena che li aspettava, stimarono bene mettersi al sicuro, dandosi alla campagna.»
Charlotte Nelson, «la signora duchessa stava in Inghilterra: e a Bronte, ad amministrare il gran feudo che graziosamente Ferdinando (III di Sicilia, IV di Napoli, I delle Due Sicilie) aveva donato all'ammiraglio Nelson, stavano, come già il loro padre, Guglielmo e Franco Thovez, inglesi ma ormai così bene ambientati da poter essere considerati notabili del paese. Ed è a loro che si deve il particolare rigore che Garibaldi raccomandò a Bixio per la repressione della rivolta di Bronte e che Bixio ferocemente applicò: alle sollecitazioni del console inglese, a sua volta dai fratelli Thovez sollecitato.» (Leonardo Sciascia, "Nino Bixio a Bronte")
Garibaldi, accampato nella fiumara di S. Filippo, nella vicina periferia sud di Messina, più per tutelare gli interessi dei possedimenti inglesi (in merito erano pressanti le sollecitazioni del console inglese John Goodwin) che per ragioni di ordine pubblico, dà ordine al suo fidato luogotenente Nino Bixio, di stanza a Giardini, di recarsi immediatamente a Bronte e di reprimere la rivolta.
Contro i diritti primari dei brontesi scelse quelli impropri dei cittadini inglesi.
Cosa abbastanza strana, una rivolta, tesa all'attuazione della rivoluzione garibaldina, fu soffocata dagli stessi capi garibaldini.
Gli inglesi avevano aiutato Garibaldi: alle navi della flotta inglese, ormeggiate nel porto di Marsala, era stato impartito l'ordine di favorire lo sbarco dei garibaldini, che così si effettuò in modo tranquillo ed incruento. Come pensare che avrebbero sopportato in silenzio l’occupazione popolare della Ducea senza richiedere un vigoroso intervento delle truppe garibaldine?
D’altra parte, il nuovo governo italiano, da cui si sarebbe aspettato piuttosto l’annullamento della donazione del 1799, la rinnovò a sua volta e s’assunse pure l’onere di pagare all’Ospedale di Palermo i proventi della rendita che il re Borbone aveva assegnato nel 1799 all’ammiraglio.
«Bixio - scrive uno dei garibaldini, G. C. Abba ne "La vita di Nino Bixio" - da Giardini pigliò con sé due dei suoi battaglioni; gli altri l’avrebbero seguito. E su a piedi, a cavallo, in carrozza, su carri, giungesse chi vi giungesse, marciò due giorni, coprendo la via dei suoi, ma alla fine fu Bronte.»
Vi giunse il 6 Agosto, lunedì verso le ore 10. Entrò nel paese quasi deserto accolto dal colonnello Poulet e dal Rettore del Collegio Capizzi, monsignor Palermo, che gli mise a disposizione il proprio appartamento.
La sommossa aveva ormai esaurito la sua carica violenta ed i veri autori dei misfatti si erano già eclissati nelle vicine campagne. "…Gli insorti sono naturalmente fuggiti", così scriveva, infatti, al maggiore Dezza lo stesso Bixio in una sua lettera del 7 Agosto.
Bixio prese alloggio nel Collegio Capizzi e vi restò solo tre giorni. Ordinò subito lo stato d'assedio e con un "proclama" intimò nel termine di tre ore la consegna delle armi ed una tassa di guerra di 10 onze l’ora.
Per dare anche un esempio di rigore, quale deterrente per altre simili situazioni che stavano verificandosi in altri comuni, attuò una rappresaglia senza precedenti contro l’inerme popolazione contadina trasformando, improvvisato giustiziere, in vittime innocenti i primi che caddero nella rete.
«I nemici politici dell’avvocato Nicolò Lombardo - scrive Fernando Mainenti (Agorà, periodico di cultura siciliana, n. 13-15, Apr.-Dic. 2003) - colsero dunque l’occasione di macchinare la rovina del loro onesto e leale avversario, indicandolo a Bixio quale caporione della rivolta: la reazione di Bixio fu inconsulta e immediata. Il sicario di Garibaldi non si preoccupò minimamente di accertare o meno la colpevolezza dell’accusato, ma sotto l’effetto dell’ira più violenta ordinò al Poulet di arrestare il Lombardo ed i principali colpevoli della tragica sommossa. Alcuni amici ed un ufficiale della compagnia del colonnello Poulet avvertirono il Lombardo del pericolo e gli consigliarono la fuga per sottrarsi alla rappresaglia di Bixio. Ma il Lombardo, forte della sua coscienza pulita, consapevole di avere tentato con tutti i mezzi di placare gli animi esagitati, si recò al Collegio Capizzi e chiese di conferire con Bixio. Monsignor Palermo, non appena lo scorse, lo implorò di fuggire, avendo già intuito che il Lombardo andava incontro ad una morte certa. Ma nemmeno questo consiglio rimosse don Nicolò dal suo proposito di presentarsi al generale.
Bixio lo accolse con occhi di fuoco, bollente d’ira e lo apostrofò con violenza: Ah! Siete voi il presidente della canaglia!
Non gli diede il tempo di scolparsi, di manifestare le sue buone ragioni; gli impedì ogni, seppur vana, difesa! Con un ruggito che nulla aveva più di umano, ordinò l’arresto immediato dell’avvocato e lo fece rinchiudere nella stanza di disciplina del Collegio, sorvegliata a vista da un picchetto armato di garibaldini.»
Fece immediatamente intervenire in Bronte la "commissione mista eccezionale di guerra", per celebrare un rapido e sbrigativo processo contro coloro che erano ritenuti i capi della rivolta.
Il processo
Bixio - scrive il Radice - «temeva di non essere chiamato dal Dittatore a passare lo Stretto per trovarsi al posto dell’onore; onde, secondo lui, quella lentezza del processo, ma più, lo stimolo della partenza lo rendeva febbricitante, più impetuoso, più nervosamente agitato. A lui, in quei momenti, tre giorni parevano tre lunghi anni, e un frullo la vita di quattro o cinque uomini che potevano essere fucilati, magari innocenti, quando era in pericolo l’unità della patria.»
L'8 Agosto in una lettera al Consiglio comunale di Cesarò, Bixio ne preannunciava già, prima ancora che fosse iniziato, l'esito: "La commissione mista di guerra - scriveva - sta istruendo sommariamente i processi, i capi saranno fucilati e i complici condotti a Messina innanzi al Consiglio di Guerra».
«Segrete denunzie, - continua B. Radice - accuse manifeste dei più accaniti nemici, accusarono il Lombardo, il Saitta, i fratelli Minissale, come Borboniani, reazionarii: li dissero aizzatori ai saccheggi alle uccisioni; ma più che contro gli altri, le ire e le vendette si avventarono contro il Lombardo, temuto capo del partito avverso. Si giunse perfino ad infamarlo che in casa sua furono portati libri ed oggetti provenienti dal saccheggio, che promise compensi ai ladri i quali deponessero presso di lui la roba rubata (...) Il Lombardo scelse a difensore il suo acerrimo nemico e rivale l’avvocato Cesare. Parlò breve il Lombardo, protestò la sua innoccenza, tacciò di menzogneri i testimoni, disse essersi adoperato al trionfo della rivoluzione ed a sedare i tumulti, che, a tempo, aveva scritto al comandante della Guardia Nazionale del Distretto ed al Governatore, accennando al vacillamento dell’ordine pubblico, e ne presentò le risposte, indicò testimoni a sua difesa.»
La faccenda fu liquidata nel giro di pochissimi giorni: con gravissime violazioni delle procedure giuridiche e processuali, la causa fu conclusa, la sera del 9 Agosto in appena quattro ore.
Alle 12.00 agli imputati (alcuni dei quali analfabeti) fu data un’ora di tempo «a presentare - scriveva loro Michelangelo Guarnaccia, avvocato fiscale della Commissione di guerra - le loro eccezioni e difese, ad eleggersi difensori, a potersi informare del processo depositato presso questo nostro Segretario Cancelliere dimorante nella casa del Sig. Fiorini e da questo momento in poi poter conferire gli imputati coi loro difensori».
Anziché un’ora, quattro di essi ne impiegarono due (la consegna poté avvenire dalle 14.00 alle 14.30) e questo fu sufficiente perché il tribunale rigettasse con durezza tutto perché, scriveva la Commissione di guerra nell'Ordinanza di rigetto che «viste le posizioni a discolpa presentate in Giustizia per gli accusati alle ore 14 di questo giorno, visto il verbale di pari data col quale si prescriveva l’improrogabile termine a produrre le loro discolpe alle ore 13, inteso l'avv. fiscale, dichiara irrecettibili le posizioni perchè prodotte fuori termine.»
Il dibattimento iniziò alle 16, due ore dopo, per concludersi esattamente alle ore 20 dello stesso giorno e senza udire i testimoni a discolpa.
Inutili ed infruttuose furono i tentativi e le contestazioni dell’accusato principale (l’avv. Nicolò Lombardo) che con tutte le sue forze cercò di convincere i giudici della debolezza e della falsità delle accuse raccolte contro di lui. «Finito l'esame dei testimoni a carico - è scritto nel verbale del dibattimento - gli accusati Lombardo, Saitta, e Minissale han chiesto di sentirsi i testimoni dei medesimi additati in loro discolpa. L'Avvocato fiscale ha chiesto di rigettarsi le dimande degli accusati e di proseguire il dibattimento. La Commissione ritiratasi nella camera delle deliberazioni uniformemente alle orali conclusioni dell'Avvocato fiscale ad unanimità di voti ha rigettato le dimande degli accusati ed ha ordinato proseguirsi il dibattimento.» Si aveva una gran fretta di chiudere, anche se sommariamente come raccomandava Bixio, il processo.
Alle ore 20 di giovedì 9 Agosto la Commissione mista eccezionale di guerra emise la sentenza : cinque persone, fra cui l’Avv. Nicolò Lombardo, vecchio patriota di educazione liberale, che si era spontaneamente presentato a Bixio, colpevoli secondo il suo giudizio e quello dell’improvvisata ed impaurita Commissione, "in nome di Vittorio Emanuele II, Re d'Italia" furono condannate alla fucilazione.
«Data la sentenza, - scrive il Radice - l’arciprete Politi andò al collegio a comunicare al Lombardo la ferale notizia; altri corsero al carcere a darne la novella al Saitta e ai fratelli Minissale. Ascoltò tranquillo il Lombardo e disse: I miei nemici hanno alfine trionfato. Dieci anni prima o dopo è lo stesso. Era questo il mio destino. Fu tra i pianti e le strilla di una sua donna celebrato in articulo mortis il matrimonio ecclesiastico; e, avuti gli estremi conforti della religione, stoicamente si preparò al gran passo.
I parenti del Lombardo si presentarono al Bixio per implorare da lui di poter dare l’ultimo abbraccio al condannato; ma egli fieramente li rispinse; e il povero garzone, andato a portargli delle uova, fu rimandato con dure parole: Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte!»
La fucilazione
L’avv. Nicolò Lombardo (di anni 48, la vittima più innocente) e i popolani Nunzio Spitaleri Nunno (di anni 40), Nunzio Samperi Spiridione (di anni 27), Nunzio Longhitano Longi (di anni 40) e Nunzio Ciraldo Fraiunco, il cinquantenne scemo del paese totalmente infermo di mente ("simbolo vivente dell'irrazionalità della moltitudine", così lo definì Alberto Moravia), additati come i provocatori dei saccheggi e delle uccisioni dei "galantuomini", vittime di ragioni per loro incomprensibili, all’alba del 10 Agosto 1860 venivano fucilati in presenza di tutta la popolazione nella piazzetta antistante la Chiesa di San Vito «col secondo grado di pubblico esempio».
"Il domani venerdì, verso le 8, i condannati furono condotti al luogo del supplizio. Una folla immensa di popolo, nei cui occhi leggevasi lo spavento e la compassione, seguiva in ferale silenzio il corteo. L’arciprete Politi e il sac. Radice li andavano confortando. Il Lombardo, aitante della persona, con lo sguardo mesto, con un cappello a cencio, procedeva a passi lenti, fumando un sigaro, lisciando la sua folta e nera barba, che gli scendeva sul petto, invitando i compagni a rispondere alle preci degli agonizzanti. Giunti alla chiesa del Rosario si sentirono grida e pianti. Era una nipote del Lombardo. Alzò egli gli occhi al balcone, li riabbassò, dando un profondo sospiro, e voltosi agli astanti disse:
-- Sono innocente come Cristo --
Un fremito e un lungo mormorio accolse le parole del condannato, che, austero, muto continuò il suo cammino. Arrivati sulla piazza di S. Vito i cinque condannati furono posti a sedere in fila. Protestò di nuovo il Lombardo la sua innocenza, chiese in grazia di essere il primo fucilato, e volto ai compagni disse:
-- Recitatemi il credo. --
Letta da un ufficiale la sentenza fu ordinato il fuoco. Caddero riversi un dopo l’altro tutti e cinque.
"Un condannato, risparmiato dalla scarica della fucileria, tenendo con la mano l'immagine della Vergine, come un talismano sul petto, gridava:
- Grazia! Grazia! -
Era il matto. Gli si avvicinò l'ufficiale e gli diede il colpo di grazia". Stava Bixio con gli occhi fissi, vitrei, a cavallo, come l’angelo della vendetta. [...] I corpi dei giustiziati immersi nel proprio sangue furono lasciati fino a sera esposti al pubblico, spettacolo miserando e ammonitore. Questa esecuzione assai la plebe sbigottì, solo agli offesi soddisfece, quella per timore di peggio, questi per vedersi vendicati del danno e delle ingiurie patite". (Benedetto Radice)
Quel 10 Agosto 1860, insieme ai cinque malcapitati, moriva anche lo spirito battagliero dei brontesi, tradito da colui nel quale erano state riposte tante speranze: dal "liberatore" Garibaldi, dietro il quale anche da Bronte erano partiti dei volontari per "fare" la rivoluzione.
L’azione imposta da Bixio ai giudici della Commissione mista di guerra fu frutto di scelta freddamente calcolata. Sacrificava certamente la giustizia ma rispondeva pienamente alle necessità della politica e alle dure leggi della guerra.
Le fucilazioni dettero ampia soddisfazione alla nazione britannica i cui interessi secolari sulla Ducea erano stati seriamente minacciati dall’ondata rivoluzionaria. A Bronte non dovevano assolutamente scalfirsi questi privilegi, che il popolo voleva abbattere e che avevano intristito ed avvilito nella miseria per molte generazioni tutta la comunità brontese. Pochi giorni dopo Bixio annunciava che "gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti… la fucilazione seguì immediata i loro delitti".
E - conclude il Radice - «tal fine ebbe Nicolò Lombardo. Egli andò a morte per i sobillamenti dei suoi nemici, e per soddisfazione della nazione britannica.» «Il console inglese, scrive il Tenerelli Contessa, assalì a dispacci il Dittatore, chiedendo pronta ed efficace repressione. E siccome in quei supremi istanti l’uomo sparisce e la vita di lui non si calcola, purché si ottenga il fine, così dovettero offrirsi delle vittime ad un interesse politico momentaneo del rappresentante di una nazione straniera, fiera purtroppo del suo orgoglio e della sua dignità, e Nicolò Lombardo fu fucilato.»
E alla fine tutto tornava come prima: i "signori" al loro posto, i poveri contadini sempre più poveri.
«In paese - conclude Verga la sua novella Libertà - erano tornati a fare quello che facevano prima; già i galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Così fu fatta la pace.» E il Radice aggiunge che «così ebbe fine questa sanguinosa sommossa, che ira cumulata di generazioni per soprusi e ingiustizie, mal governo del Comune, pochezza di senno e di animo nelle autorità e nei cittadini, discordia e cupidigia di potere in tutti, fruttò al paese tanto esterminio e tanta morte!»
La tragedia di Bronte si era chiusa, e non era servita a niente. Ai brontesi non restavano che le condizioni miserevoli, la fame, il desiderio di "libertà" dalla schiavitù e dalla miseria e l’amara certezza delle promesse non mantenute. Nino Bixio avrà per tutta la vita sulla coscienza i morti di Bronte; così si esprimeva in una lettera alla moglie: "Missione maledetta, dove l'uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato".
Al primo sommario processo, fatto istruire da Bixio davanti alla commissione speciale e concluso rapidamente con cinque condanne a morte, ne seguì un altro contro - scrive M. Sofia Messana Virga - «altri 745 imputati per reati minori, per i quali la pena prevista non era la fucilazione; vennero trattenuti in carcere in attesa di essere trasferiti a Messina per essere messi a disposizione delle autorità del luogo, le quali avrebbero stabilito il da farsi.» Il Consiglio Civico brontese, che era espressione della volontà dei "cappeddi", chiese ripetutamente che il processo fosse celebrato a Bronte e dal Consiglio di Guerra. Ma il Governatore di Catania si oppose ed il processo fu celebrato davanti alla Corte d’Assise di Catania tra il 1862 e il 1863. Il 12 agosto 1863 la Corte emise la sentenza definitiva con 37 condanne tra cui 25 ergastoli. C'è da notare che quando Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, emanò, il 29 ottobre 1860 il decreto d'indulto, il Consiglio civico dette mandato ai suoi avvocati perché si interessassero a Catania per non fare estendere agli imputati del processo per i fatti dell'agosto i benefici dell'indulto.
L'arringa dell'avvocato Michele Tenerelli Contessa, un catanese che difese davanti alla Corte d'assise di Catania cinque imputati del secondo processo - "appassionata, lucidissima, d'un avvocato colto e intelligente" - è stata pubblicata recentemente dalla "C.u.e.c.m." (Catania, 1989) con una "Introduzione" del brontese prof. Gino Longhitano.
fonte: http://www.bronteinsieme.it/2st/mo_601a.html
Nessun commento:
Posta un commento